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“La macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere”

Susan Sontag

 

La fotografia è un mezzo per indagare il mondo. In tal senso, il counseling, applicato alla fotografia, rappresenta un ottimo metodo di facilitazione per gli studenti, in quanto permette di fare esperienze di potenziamento e di scoperta delle proprie risorse in ambiente protetto attraverso esercizi e incontri. Il counselor rappresenta un facilitatore che fornisce utili strumenti alle persone per gestire ed esprimere le proprie emozioni dinanzi a un evento. Il fotografo e formatore Toni Thorimbert introduceva così il suo workshop sull’esperienza del ritratto nel 2014: “Io non insegno fotografia. Attraverso la fotografia promuovo l’unica vera necessità di ogni artista: accettare completamente se stesso.”

Molti sono i fotografi che hanno indagato l’animo umano attraverso il loro lavoro e parlano di questo aspetto come fondamentale. Il fotografo Erwin Blumenfeld era molto incuriosito da ciò che accadeva sotto la superficie, ad un certo punto della sua carriera cominciò a parlare di ritrattistica psicologica. Un modo per scoprire la realtà dietro la facciata e arrivò a paragonare l’importanza dello “specchio” nella fotografia a quella dell’eco nella musica. “Ancora oggi sono convinto che ci sia vita dietro il vetro trasparente, siamo doppi, senza lo specchio non sarei mai diventato un essere umano”

Il fotografo Tim Walker, in una sua intervista, sottolinea come chi voglia diventare un fotografo, specie in questo momento storico, debba porre molta attenzione alla conoscenza di sé:

“Una macchina fotografica è una scatola nera, e in quella scatola nera c’è uno specchio. E quello specchio si apre per un millisecondo lasciando la sua impronta sul rullino. Credo che il significato dello specchio sia vitale per il fotografo. Bisogna essere molto onesti su cosa ci colpisce e ci muove, perché sarà quello che si vedrà nella foto.” L’interesse dei maestri della fotografia verso l’indagine interiore sembra molto comune. Una testimonianza molto importante ce la racconta Richard Avedon in un film che celebrava la sua carriera: “Per essere un artista, per essere un fotografo, si devono coltivare quelle cose che la maggior parte della gente evita e dimentica. Bisogna mantenere sempre vive queste cose dentro di sé. In tutta la mia vita è stato importante non lasciare andare quelle cose che la maggior parte della gente avrebbe buttato nel cestino. Io devo rimanere in contatto con la mia fragilità, con la mia parte maschile, con la mia parte femminile, col bambino che è in me. Tutte queste cose devono essere mantenute in vita. Io penso di fotografare le cose che mi fanno paura, ho dovuto fotografare le cose di cui ero spaventato, cose che non potevo affrontare se non attraverso la macchina fotografica. La morte di mio padre, la follia, e quando ero giovane, le donne, che non capivo.
Mi dava una sorta di controllo sulla situazione che stavo vivendo ed era legittimato dal fatto che un buon lavoro era in corso. E fotografando le cose che mi facevano paura o le cose che mi interessavano ho esplorato e imparato, e ho lasciato uscire il fantasma. Dal mio sistema è andato direttamente sulla mia stampa.”

La descrizione di Avedon sembra un tentativo di applicazione alla fotografia del Voice Dialogue dei coniugi Stone. Essi infatti, attraverso Il loro lavoro, ci mostrano come le persone siano composte di tanti sé, sub-personalità, schemi di energia e di come il compito degli individui sia quello di divenire consapevoli di questa frammentazione e molteplicità di sé al fine di poter fare scelte valide per la propria vita. Inoltre Avedon ammette di aver affrontato le sue “ombre”, che gli Stone chiamano “rinneghi”, più facilmente grazie alla fotografia. Trovo molto interessante questa tendenza inconscia dei fotografi ad andare verso un percorso di ricognizione di sé.

Nella cultura greca, l’oracolo di Delfi esortava: “Conosci te stesso”. Scopo della psicanalisi di Jung è il processo di individuazione che può essere tradotto con la frase emblematica di Nietzsche “diventa ciò che sei”. Ovvero diventare se stessi al di là dei modelli che si imitano al fine di essere felici e in salute. Jung ribadisce che a un certo punto bisogna uscire dai comportamenti collettivi per cercare se stessi. Judy Weiser, la psicologa fotografa che ha fondato i canoni della FotoTerapia e dell’uso della fotografia nel Counseling, dice che ogni percezione individuale è la verità, anche quando l’autore ha proposto la fotografia con un altro significato personale. In queste diverse opportunità di lettura e di espressione di sé entra il processo di Counseling tramite la fotografia. Il Counselor aiuta la persona a passare dall’ “io che” all’ “io chi”. La accompagna nel viaggio individuale del cercarsi, autodefinirsi, orientarsi e riconoscersi tra le innumerevoli maschere con cui la persona si presenta al mondo nelle diverse situazioni e pose.

La fotografia ha questa unica ed irripetibile peculiarità: non è un processo, anche se lo crea, non richiede un tempo prolungato di lavorazione quando è usata per catturare l’attimo, e porta così un qui-ed-ora essenziale, istantaneo, che stravolge lo svolgersi del tempo: dove c’era un vuoto, in un attimo ora c’è una identità, una memoria e un senso del divenire, un altro me stesso che con me può dialogare, creare un conflitto o trovare un accordo, tra l’istante che ero e l’istante che sono. La fotografia è il punto d’incontro tra spazio, tempo e anima. E il Counseling con la fotografia aiuta a scoprire le mille facce dell’anima.